ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

L'Utopia concreta delle donne del Rojava. Intervista di Betta Pierazzi a Beritan Gulmez

L'Utopia concreta delle donne del Rojava. Intervista di Betta Pierazzi a Beritan Gulmez 

Premessa

Questa intervista comincia prima dell’incontro con Beritan; quando ho iniziato a preparare le domande da fare, cercando sulla rete informazioni aggiornate sulla crisi curda e sul ruolo delle donne, ed ho trovato moltissimo materiale che mi ha catapultato in una crisi drammatica che si sta consumando sotto i nostri occhi e che grida per essere conosciuta e raccontata.

Ho incontrato Beritan un mercoledì pomeriggio, a Roma, nella sede del centro Culturale Curdo di Largo Frisullo. E’ una ragazza bella e intensa, che mi accoglie con un sorriso ed una stretta di mano, e mi presenta ad alcuni coetanei che sono seduti a chiacchierare, in curdo, intorno a un tavolino. Non si definisce una attivista, ma solo una curda che vive in Italia e cerca di fare qualcosa per il suo popolo.

Le chiedo di dirmi qualcosa di sé, e dopo le prime frasi anche lei mi chiede di spiegarle cosa faccio; quando le racconto che sono un magistrato da tanti anni diventa seria e mi dice che pensa che faccio una cosa bella, e che le dispiace che in Italia non si studi educazione civica a scuola, perché lei ha letto la Costituzione da sola, e sa che il nostro “è un lavoro importante e difficile”.

Mentre considero quanto sia fondamentale il ruolo della scuola per i ragazzi nati in Italia e per quelli che arrivano da altri paesi mi sento caricata ancora una volta, come sempre accade quando incontro persone che non fanno il nostro lavoro, della responsabilità di rappresentare ai loro occhi la nostra categoria. Non è, mai, una responsabilità da poco.

Poi comincio a farle le domande che mi ero preparata, ed entriamo nel vivo dell’intervista. Non sempre riusciamo a limitarci alle risposte specifiche, perché la mia curiosità e la disponibilità di Beritan ci fanno a volte perdere il filo. Ma quello che dice è importante, e non voglio interromperla.

 Dicci qualcosa di te: dove sei nata, cosa fai, da quanto e perché sei in Italia?

“Io sono nata in Turchia nel 1993, a Mersin, una città sul mare che non si trova nella zona a prevalenza curda. La mia famiglia però è originaria di Batman, nell’Anatolia centrale, nel cuore del Kurdistan turco.

Io mi chiamo Beritan perché era il nome di battaglia di una guerrigliera curda, Gülnaz Karataş, che nel 1991 o 1992, non ricordo bene, fu una delle prime donne ad unirsi ai combattenti del conflitto curdo - turco non soltanto per aiutarli nelle retrovie ma anche per imbracciare il fucile. Quando, in uno scontro con i Peshmerga (guerrieri curdi iracheni; e il fatto che combattessero contro altri curdi dà una prima idea della complessità delle trame geopolitiche dell’area) dopo avere fatto mettere in salvo la sua pattuglia, si trovò circondata dai nemici, si gettò da una rupe per non essere catturata viva. Dopo di allora moltissime bambine curde venivano chiamate Beritan e gli ufficiali dello stato civile turco avevano disposizione di non iscriverle all’anagrafe con questo nome. Io sono nata il 4 luglio ma risulto nata il 6, perché i miei familiari riuscirono a farmi registrare solo dopo due giorni di insistenze, dichiarando che era il nome di mia nonna.

Mio padre lavorava al porto di Mersin; i miei genitori erano in contatto con gli attivisti curdi e li aiutavano quando potevano. Quando avevo quattro anni, la macchina sulla quale viaggiavo insieme a mio padre è stata fermata dalle forze di polizia turche; ci hanno impedito di continuare il viaggio, hanno preso mio padre, che è rimasto poi in carcere per tre anni e mezzo, ed hanno portato me in un carcere per bambini dove sono rimasta per un mese ed una settimana. (L’idea di un “carcere per bambini” di quattro anni è talmente assurda che per assicurarmi di avere capito bene le chiedo se per caso fosse stata insieme a sua madre, detenuta anche lei; ma Beritan nega, la madre come dirà dopo era rimasta a casa, e ribadisce che quello era proprio un carcere soltanto per bambini).

Stavamo tutti in una grande stanza, al buio (queste parole, al buio, le ripete due volte), ci davano da mangiare solo biscotti buttati per terra e per questo molti bambini piccoli neppure mangiavano, e ci interrogavano. A me per esempio chiedevano che cosa volevo fare da grande e chi frequentava casa nostra. Io, che pure a casa parlavo con tutti, dicevo che con loro non volevo parlare perché erano cattivi. Oggi penso che se avessi raccontato la verità io ed i miei familiari saremmo sicuramente morti.

Nel frattempo interrogavano anche mia madre, che non era stata arrestata: la prelevavano e la torturavano con scosse elettriche, fino a provocarle delle conseguenze che ti prego di non scrivere. Quando mio padre infine è tornato a casa ha avuto bisogno di cure psichiatriche; al porto non lo facevano più lavorare, così è venuto in Italia ed è stato riconosciuto rifugiato politico; poi quando abbiamo avuto il permesso di ricongiungimento familiare mia madre con me ed i miei fratelli lo ha raggiunto, dopo essere state in Germania e poi in Norvegia per circa tre anni. La mia famiglia vive vicino a Viterbo, mio padre fa il mediatore culturale, io ho frequentato la scuola in Italia ed ho fatto l’università a Viterbo. Sono infermiera e sto cercando un lavoro fisso. Ho ancora parenti in Turchia, ma non li sento spesso. Io vivo qui e voglio restare, perché non si può vivere dove non c’è la pace, ma voglio continuare ad aiutare il mio popolo da qui.”

Cos’è il Kurdistan…

(Beritan si ferma e mi chiede: “Il Kurdistan o i Curdi?” e io penso che questa è già una risposta. Tutti e due, le dico) 

“Il Kurdistan è l’area abitata storicamente dai curdi che si estende per la maggior parte tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Non è uno Stato, ma un territorio dove da migliaia di anni è stanziato un popolo che ha propria una lingua, propri costumi e cultura, le sue festività, come il Newroz, il capodanno curdo, e che chiede che questa identità venga riconosciuta e rispettata. I curdi sono circa 45 milioni nel mondo, e la maggior parte vive nelle aree della Mesopotamia storica; circa 20 milioni sono in Turchia, ma ci sono milioni di curdi anche in Europa, specie in Germania ed in Scandinavia, ed anche in Cina. In Italia siamo pochi, forse 800 in tutto.

Noi curdi siamo il popolo più numeroso tra quelli che non hanno uno stato nazionale. Quello che vorremmo ottenere come primo passo è la costituzione di una regione autonoma curda, con uno statuto speciale; una regione dove possano coesistere in pace i diversi gruppi etnici della zona.

Più volte ai curdi sono state fatte promesse dai governi della Turchia, della Siria, dell’Iraq (nel 2005 dopo il contributo dei curdi iracheni alla guerra contro Saddam Hussein si era arrivati alla promessa di uno stato indipendente nel nord dell’Iraq); ma ogni volta queste promesse sono state tradite e sempre ci sono state repressioni sanguinose e deportazioni. Per molti anni in Turchia è stato addirittura vietato parlare curdo. Poiché sono un popolo di gente che sa combattere, in passato i curdi sono stati anche utilizzati dalla Turchia nella repressione e nel genocidio degli armeni. A differenza della Turchia, che nega ancora questa pagina della sua storia, i Curdi hanno ammesso le loro responsabilità di fronte al popolo armeno ed hanno chiesto perdono agli armeni di oggi.”

… e cos’è il Rojava?

“LE DONNE CURDE DEL ROJAVA DICONO CHE IL ROJAVA E’ UNA UTOPIA CONCRETA”.

Questa è la prima risposta che mi dà Beritan.  Poi prosegue.

“Il Rojava è un’area del Kurdistan della Siria del Nord; nel Rojava vivono non solo curdi ma molte altre minoranze: Armeni, Turkmeni, Yazidi. Tutti questi gruppi sono stati nel tempo vittime della repressione etnica dei paesi confinanti.

Nel 2011 in seguito ai movimenti della Primavera araba anche in Rojava ci sono state rivolte contro il governo centrale siriano; così è nato il Rojava come regione autonoma (la denominazione ufficiale è Federazione Democratica della Siria del Nord). Da allora arabi e curdi insieme ai siriaci, ed agli altri gruppi etnici hanno vissuto insieme seguendo un nuovo modello sociale che prevede la lotta al patriarcato e la parità dei sessi, la libertà religiosa, la scelta ecologista e la democrazia partecipata con assemblee dal basso. In questi anni sono state costruite scuole, università, ospedali, centri culturali. Questo si faceva in Rojava. Si costruiva una società democratica. Da quando è stata costituita la regione autonoma del Rojava gli attacchi terroristici sono diminuiti del 46%; dopo l’invasione turca, sono nuovamente cresciuti, più di prima.“

Perché se ne parla come di una società femminista?

La parità tra donne e uomini è una scelta fondamentale e rivoluzionaria del Rojava. E’ una scelta che si contrappone al modello sociale patriarcale e all’oppressione storica dell’uomo sulla donna, e si fonda sulla parità di diritti e sulla partecipazione alla vita pubblica.

Il femminismo si attua attraverso misure concrete: per esempio al vertice di ogni istituzione ci sono sempre obbligatoriamente un uomo e una donna. Questo vale ad esempio per scuole, ospedali, università; nel 2016 è stata anche fondata l’Università delle donne. Anche le cooperative che gestiscono le attività agricole, che sono una parte importante della società perché il Rojava è ecologista, hanno a capo un uomo e una donna. Ci sono luoghi di discussione per le donne, centri organizzati per l’accoglienza di donne che hanno bisogno di sostegno.

Nel 2018 in Rojava è stato inaugurato il villaggio delle donne libere di Jinwar. Ci vivono solo donne che hanno deciso di autogestirsi, alcune con i loro bambini. Le ragioni sono varie, alcune sono vedove, altre hanno subìto violenza da uomini durante la guerra, altre ancora sono ex combattenti dell’YPJ, le formazioni dell’esercito delle donne curde. Hanno costruito una scuola, coltivano la terra secondo i principi dell’ecologia e del rispetto dell’ambiente ed offrono ospitalità e rifugio alle donne che ne hanno bisogno anche solo per un periodo. Tutto questo è una assoluta novità ed è diverso dalle società dei paesi dell’intera area geografica.”

Mentre parliamo ci raggiunge uno dei ragazzi che ci avevano salutato al nostro arrivo, e ci offre due bicchieri di thé caldo e zuccherato. Una gesto che io apprezzo molto, perché fuori pioviggina e sta cominciando a fare un po’ freddo.

Quali ragioni hanno portato a questo tipo di organizzazione?  Quando e come è iniziato e perché?

“La parità di uomini e donne è stato riconosciuto come un punto fondamentale da Öcalan, il leader curdo tutt’ora detenuto in Turchia, alle cui idee si ispira il modello sociale del ‘confederalismo democratico’ attuato in Rojava. Il confederalismo democratico si fonda sul rifiuto delle logiche di potere e sopraffazione tra popoli e persone, e su un modello democratico e cooperativo di partecipazione popolare.  Öcalan dice che “per costruire una società democratica devi avere idee democratiche”. E che se i curdi, che sono oppressi, a loro volta praticavano il patriarcato non avrebbero potuto dare vita ad una società giusta: “UNA SOCIETA’ DOVE LE DONNE SONO OPPRESSE NON E’ UNA SOCIETA’ LIBERA”. 

Da qui si è partiti con un grande lavoro collettivo per educare le persone alla democrazia, alla parità di diritti, alla libertà religiosa, all’ecologismo, alla partecipazione.

Quello che si è costruito in Rojava dal 2011 in avanti si è basato su questa visione, che naturalmente si contrappone ad una visione di oppressione di popoli e dell’uomo sulla donna. E’ un modello profondamente in contrasto con la politica interna dei paesi dell’area geografica circostante, e con la visione della donna che anche in Turchia il governo sostiene. Anche l’esempio delle donne combattenti curde è stato trainante, ed è stato un modello per tutte le donne e le ragazze che si sono unite alle forze combattenti nel conflitto contro l’ISIS.

I curdi sanno che stanno combattendo per l’autodeterminazione, la democrazia, la libertà, e questo vale ancora di più per le donne.”

Qual è la situazione oggi in Rojava/Kurdistan?

Quando nel 2013-14 è iniziata la guerra contro l’ISIS, che si stava espandendo in Iraq e in Siria, le “unità combattenti di protezione popolare” curde, l’YPG, hanno combattuto in prima fila, con l’appoggio degli Stati Uniti e dei governi occidentali, ed hanno sconfitto ISIS. Lo stesso hanno fatto i curdi Iracheni, i Peshmerga, che avevano già combattuto anche la guerra del 2003 a fianco degli Stati Uniti. Per la Turchia tuttavia anche l’YPG, come il PKK, è una forza illegale. L’YPG è un esercito popolare nel quale combattono sia uomini che donne; a fianco all’YPG combattono le unità organizzate femminili, l’YPJ; tra i combattenti dell’ISIS combattevano invece anche molti mercenari.

Ma adesso che l’ISIS è stato sconfitto, la Turchia (che in alcuni momenti li ha anche appoggiati contro di noi, per esempio sappiamo che soldati dell’ISIS sono stati trasferiti di nascosto e curati negli ospedali di Istanbul) ha invaso la zona del nord della Siria e sta cacciando la popolazione, dicendo che lo fa per creare uno stato cuscinetto libero dai curdi dove insediare al loro posto profughi provenienti da altri Stati dell’area. Vengono usate bombe al fosforo bianco, ed altre armi chimiche, lo sappiamo perché ci arrivano notizie dirette dalle persone sul posto, ma sono cose difficili da documentare e mentre si cercano le prove che chiedono gli osservatori europei ed internazionali i bombardamenti e le deportazioni continuano. Quello che sta succedendo è una ripetizione di quello che è sempre accaduto: bombardamenti, guerra e deportazioni.

Inoltre, durante la guerra sono stati catturati circa 12.000 miliziani dell’ISIS, che sono stati lasciati in mano ai curdi e devono essere processati. Questo accadeva il 21 marzo 2019, data del cessate il fuoco (il 21 marzo si celebra il capodanno curdo, ed è una data che torna nella storia e nella cronaca di questo popolo: fu il 21 marzo 2013 ad esempio che il leader curdo Öcalan lanciò il suo storico appello per la pace). E’ evidente che i curdi da soli non possono fare tutto questo; noi chiediamo che venga costituito un Tribunale Internazionale per i crimini di guerra, come è stato ad esempio per la ex Yugoslavia, e che la comunità internazionale, ora che l’ISIS non sembra più rappresentare una minaccia per l’Occidente, non si disinteressi di questo problema.“

Ma soprattutto la ripresa delle ostilità stavolta da parte della Turchia che ha invaso il Rojava per creare, a suo dire, uno stato cuscinetto, è adesso l’emergenza.

La guerra sta modificando le cose? Le donne sono un obiettivo sensibile? Le loro conquiste sono a rischio?

L’attacco alla democrazia è sempre un attacco ai diritti e ai diritti delle donne. Ma, in questo caso, si tratta anche di un attacco ad un modello di società, quella del confederalismo democratico, che è incompatibile con il modello politico della Turchia, che per questo è intervenuta militarmente in quell’area.

Dopo la ripresa della guerra con l’invasione del Rojava da parte della Turchia sono stati diffusi video che mostrano i corpi denudati e torturati delle donne curde uccise, e gli assassini che gridano ripetendo la frase “vedete cosa facciamo alle vostre puttane”.

Ecco, questi sono stati recepiti dalle donne curde come messaggi molto chiari, diretti a loro in quanto donne e non in quanto nemici, combattenti. Crediamo che tutto questo sia anche utilizzato per scoraggiare le donne curde che vorrebbero unirsi all’YPJ, e per alimentare il terrore nell’opinione pubblica curda. Questo era quello che diceva Hevrin Khalaf, la politica curda attivista dei diritti delle donne assassinata lo scorso ottobre nell’operazione militare della Turchia in Siria. Voglio dire che mi sembra grottesco che la Turchia abbia chiamato questa invasione "Operazione Sorgente di Pace". E non è la prima volta perché l’altra operazione del gennaio 2018 contro i curdi siriani di Afrin si chiamava “Ramoscello d’Ulivo”.

Vedi analogie e differenze tra la condizione delle donne in Italia ed in Kurdistan?

E’ una domanda difficile. Qui in Italia la condizione delle donne è formalmente paritaria a quella degli uomini e questo lo si deve alle lotte delle donne che sono venute prima di noi. Ma queste conquiste sono sempre a rischio; e a me sembra che sia un falso femminismo quello che c’è quando ti dicono che sei libera ma poi sei obbligata ad essere sexy, ad essere uguale ad un modello esterno che non hai scelto.

C’è qualcosa che vuoi dire a chi ci legge prima di salutarci?                          

In Rojava si stava costruendo una società democratica e partecipativa, e proprio per questo è diventata un obiettivo della guerra. I curdi sono abituati a lottare, ma senza l’aiuto dei Paesi occidentali e delle organizzazioni internazionali tutte le conquiste che abbiamo raggiunto rischiano di essere perdute. 

Ci sono molte campagne a sostegno delle lotte delle donne curde in Rojava e nelle altre zone teatro di guerra, per esempio #womendefendrojava , che sono sostenute dalle donne in Occidente ed in Europa. Grazie per quello che state facendo.

 NOTA

Per chi volesse saperne di più, di seguito una serie di indicazioni fornite da Beritan Gulmez o reperite autonomamente.

Utilissimo e molto documentato, in particolare, il sito della rivista online dell’Università di Padova, il BoLive, che ospita spesso reportage e approfondimenti sulla crisi curda, e quello dell’agenzia di stampa TPI .

Per una ricognizione storico-politica che arriva ai giorni nostri vedi tra gli altri

https://ilbolive.unipd.it/it/news/tradimenti-terrorismo-violenza-storia-kurdistan

Sulle donne del Kurdistan Beritan consiglia il libro di Marco Rovelli “La guerrigliera dagli occhi verdi” su una comandante dell’YPJ di 24 anni; “Beritan”, film del 2006 del regista curdo Halil Dağ su Beritan – Gülnaz Karataş, che “è simbolico per capire le prime rivoluzioni” femministe; l’opuscolo “La rivoluzione delle donne”, estratto di libri scritti dal carcere da Abdullah Öcalan, alle cui idee si ispira il confederalismo democratico messo in pratica in Rojava. 

On line è agevole reperire il film documentario di Mylène Sauloy

https://www.arte.tv/it/videos/084989-000-A/siria-rojava-la-rivoluzione-delle-donne/

Molto aggiornata sulle notizie che provengono dall’area del conflitto curdo-turco-siriano è la testata online The Post Internazionale, raggiungibile all’URL https://www.tpi.it/  che ha pubblicato sul suo sito anche i dossier sull’ISIS realizzati dal Centro Studi dell’amministrazione del Rojava.

Infine, non foss’altro che perché è piaciuto moltissimo a Beritan e anche a me, “Kobane Calling”, la graphic novel di Zerocalcare, nom de plume di Michele Rech, edita da Bao Publishing,. 

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