ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Uno sconosciuto deus ex machina

Uno sconosciuto deus ex machina

di Silvana Grasso  

 

Dalla sua foto nell’ovale di maiolica sorride. Ha dieci anni Rossella e due trecce lunghe corrono come fiumi sul suo petto scarno, petto di bambina. Fiera delle sue trecce, nella foto in bianco e nero, tradita appena dalla vecchiaia della maiolica, sorride all’alea del futuro che non avrà. Il suo, incistato in un mite eterno presente, non subirà quelle rapine, quegli sfregi che reca con sé il futuro di chi il futuro lo vive, lo progetta, vi s’accampa, v’invecchia. Rossella è scampata al futuro, la sua lebbra non l’ha contagiata, da cent’anni vive nel catasto magico del presente, dove impossibile è invecchiare, trasfigurarsi, trasfigurare e per questo i suoi occhi per sempre avranno la luce della prim’alba sul mare. Non invecchierà Rossella e nemmeno gli altri ragazzi della sua età o poco più grandi, con cui da quasi cent’anni divide questo spicchio di cimitero, alla rampa tre,  in cui fresie gelsomini  giacinti gerani sbocciano tutto l’anno, concimati solo dalla pietà, innaffiati solo dal cielo,  perché da tempo chi fiori vi portava è morto, di vecchiaia o di dolore, e la sua tomba è due rampe di scale sotto. Fiorisce e sboccia  Natura a dispetto del tempo delle stagioni dello scirocco e persino di quella gelata che fa strazio di gemme e semi ovunque, ma  non in quello spicchio di cimitero dove solo i ragazzi hanno avuto il pass, quasi un ostello della gioventù in cui condividere solo con altri ragazzi pane di semola con la marmellata di fichi fatta in casa,  spremute di limoni e per dessert tanta allegria.  Qui non entra Thanatos, qui, nel cimitero dei ragazzi, non detta le sue leggi e la sua Lex niente vale. Eppure per quella Lex Orfeo perse la sua amata e, sbranato e fatto a pezzi dalle femmine di Tracia che per dolore disdegnò,  non smise mai d’invocarne l’amato nome Euridice Euridice.  Fanno famiglia i ragazzi della rampa tre, che in vita non si conobbero mai, qualcuno è morto milite nella prima guerra mondiale, qualcuno nella seconda, da marinaio affondato assieme alla sua nave onorando la patria, come si legge sulla tomba vuota, che non consola la madre sua. Sorridono come Silvia, ragazzetta ignara delle parche, sorrideva in un giorno qualunque d’un maggio odoroso mentre Giacomo, che ragazzo non fu mai,  trascinava la soma d’una vita senza vita, la zavorra di giorni mesi anni affanni e un illecito postdatato rimando di felicità. Sorridono come la ragazzetta Cretide “che tante favole sapeva e tanti bei giochi, compagna dolcissima e chiacchierina” (Antologia palatina, VII) sorrideva 2.300 anni fa. Solo nella miseria della Vita contano i giorni i mesi gli anni le ore, il veniale calcolo del tempo, nel feudo della Morte, jus naturale, conta solo l’infinito tempo del dolore della rimembranza della nostalgia, che non si sanano mai, ipoteche a vita  sulla Vita. Non si guardano ma sono vicini, seppur in vialetti diversi, Rossella e Pietro, morti di malattia lo stesso anno, il 1924, solo che Pietro, morto a 15 anni, ha nella sua bella foto il viso austero di chi, adolescente, fa già sul serio. Rigenerati dalla pietà, alberi selvaggiamente cresciuti senza potatura custodiscono,  numi tutelari, presenze di famiglia, i ragazzi che invece sono stati potati. Un alloro e una pomelia sono ormai tutt’uno, un albero nuovo sconosciuto alla botanica, quasi mimassero, per foglie e rami, un abbraccio di cuore e carne,  ma forse questa è solo suggestione, la mia. Fa scudo alla tomba del ragazzo Pietro e, per un tratto, a quella accanto, e le due tombe vi restano quasi celate come una nave greca coi suoi tesori nei fondali del nostro mare di Sicilia, in un’eterna  gravidanza aerea e liquida. Confina col cielo questo monstrum di natura, guerriero armato di giganti petunie rosse, confina col cielo, i suoi vuoti i suoi pieni, i suoi tramonti che non tramontano e, come il gigante del mito, Argo dai cento occhi, non li molla d’un istante i suoi ragazzi. Thanatos, fermo una rampa prima, non lui  reclamare recidere contendere né dare ordini alle sue serve, le Parche, che  grate lo ringraziano. Erinni materne e miti da furenti che furono,  per ordine d’uno sconosciuto deus ex machina. Non è Atena quel deus che le sue furie le fece eumenidi, non è nemmeno Apollo che al matricida Oreste salvò la vita. E’ un cuore gigante di rami e fiori rossi, un cuore che non subisce infarti il deus ex machina, sconosciuto alle divinità d’Olimpo, alto quasi tre metri. La Natura gli ha dato forma di cuore, ma solo chi non ha fretta, chi guarda in alto, chi non teme il cielo, se ne accorge. Chissà quale furto di vento portò alla rampa tre i semi d’un alloro e una pomelia o quale rogatoria divina. Anche questo appartiene al segreto della Morte che supera il segreto della Vita, che giustizia invoca e sentenza d’assoluzione, che disperando dell’umano può solo confidare nel mito o nel divino. Osò Polissena, figlia di Priamo ed Ecuba, figlia di Troia gloriosa, osò anche Antigone, figlia d’Edipo, assolvere  la Morte e quelle leggi d’Ade che “eguagliano tutti”(Antigone, Sofocle). Osò e morì, leggi divine onorando non leggi umane e transeunti né una tirannide “che poteva fare e dire qualunque cosa”(ibidem) né il pavido tiranno, Creonte, e i suoi proclami  “fintanto che vivo io non sarà una femmina a comandare”(ibidem). Evertere dall’umano per il divino è esso stesso jus non scriptum, ma questo non importa ai ragazzi della rampa tre. Sono là, a due passi dal Vulcano,  che da sempre legifera sulla stoltezza umana. Sono là, con le loro foto ingenue e sbiadite, nutriti di sole luna albe tramonti. Non hanno domande da fare, né aspettano un Edgard Lee Master nostrano che, pur bravo, ne vìoli la minima vita vissuta, il lungo trine dei sogni, l’avventura di quel domani che rimase foglio intonso d’un misterioso almanacco. Ricusano, come giudice infedele, anche un poeta, in buona o mala fede, comunque traditore di quel che furono, di quel che vissero, comunque contrabbandiere di menzogne spese come Arte. Ci pensano da sé a raccontarsi non come li raccontò la Vita, piccoli malati deboli  ingenui e moribondi, ma come li racconta da cent’anni il miglior menestrello giocoliere trapezista clown, la Morte, siano morti soldatini in guerra, “esempio fulgido di patrio onore” o ragazzine morte di tubercolosi, cui la patria nulla chiedeva se non d’essere virtuose. E sono state virtuose Saretta, morta all’alba dell’otto dicembre,  la madre disperata  lo racconta sulla stele, quasi che Maria Immacolata fosse venuta a prenderla per mano la sua bimba e consegnarla immacolata a Dio Padre. La tomba racconta, la foto racconta, il dolore della madre racconta, non c’è spazio per interpretazioni suggestioni contaminazioni addizioni manipolazioni. Non c’è spazio per il troppo e il superfluo, qui detta legge l’essenziale,  la Vita è logorroica, la morte no, qui detta legge il fatale: non si può derubricare il reato d’esistere.

 

 

 

 

                            

 

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