TED BUNDY – Fascino Criminale

TED BUNDY – Fascino Criminale di Franco Caroleo

La storia di un serial killer, la vicenda giudiziale, il processo mediatico e la spasmodica accettazione della verità.

Vi prego, non chiamatelo legal thriller.

Ted Bundy – Fascino Criminale (titolo originale: Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile, dannatamente più evocativo) è il racconto nudo e crudo della vita di Ted Bundy, serial killer statunitense autore di decine di efferati omicidi (almeno 30 confessati) ai danni di giovani ragazze negli anni Settanta.

Dopo aver girato l’intrigante serie Netflix Conversations with a Killer: The Ted Bundy Tapes (un po’ documentario un po’ Un giorno in pretura in salsa a stelle e strisce), Joe Berlinger ritorna sullo stesso soggetto per confezionare una pellicola di tagliente inquietudine.

La storia è tratta dal libro di memorie di Elizabeth Kendall, pseudonimo della donna che visse un’intensa e controversa relazione sentimentale con Ted Bundy e che per lungo tempo ha confidato nella sua innocenza.

Ma la visceralità della relazione tra i due (interpretati dal sorprendente Zac Efron, che ricordavamo dolce e disneyano in High School Musical e ora ritroviamo freddo, brillante e spietato, e dall’impeccabile Lily Collins, che già con Fino all’osso aveva regalato una bella prova di maturità, lasciandosi alle spalle le voci sulle raccomandazioni di papà Phil) è solo uno dei fili che si intrecciano e si tendono nel corso del film.

C’è la vicenda giudiziale, che si sviluppa quasi per inerzia e che lascia per strada dubbi (sempre meno ragionevoli) e supposizioni suggestive, che portano centinaia di donne ad innamorarsi dell’imputato, così attraente e così lontano dal profilo del folle omicida descritto negli atti di causa.

C’è la potenza dei media, perché il processo in Florida di Ted Bundy è stato il primo processo penale ad essere stato trasmesso in tv negli Stati Uniti, quando ancora (siamo nel 1979) non esistevano i reality: un processo che si fa spettacolo (Bundy, cogliendo l’efficacia del mezzo, arriverà perfino a sposare in diretta tv una testimone) e lo spettacolo che dimentica il processo per scavare nell’umanità del mostro e accalorarsi nell’esibizione dialettica e muscolare di accusa e difesa.

C’è la verità processuale, c’è la verità storica; c’è la verità reclamata e quella che non si vuole accettare, perché a fianco c’era una persona che non era (affatto) quella che sembrava.

C’è un’intera vita di bugie o, forse, di verità in incognito. Vi prego, non chiamatelo legal thriller

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