ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

ELEZIONI PER IL CSM, ASSOCIAZIONISMO E AUTOGOVERNO. SIAMO TUTTI SULL’ODER

ELEZIONI PER IL CSM, ASSOCIAZIONISMO E AUTOGOVERNO.

 SIAMO TUTTI SULL’ODER di Piero Santese

Nei giorni in cui l’Accademia di Svezia tributa il Nobel a Olga Tokarczuk “per la sua immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l’andare al di là dei confini come forma di vita”, non posso non riflettere sulle vibrazioni generate dalle parole della scrittrice, che nelle sue opere si racconta e sussurra al lettore che sin da piccola, mentre osservava lo scorrere dell’Oder, desiderava solo essere su quel fiume. Desiderava essere eterno movimento.

E’ il movimento, l’erranza che esso genera, il tratto più autentico dell’umano, perché ci rende vivi e ci trasforma, perché produce cambiamento e - come dice la scrittrice e premio Nobel - “il cambiamento è sempre più nobile della stabilità”.

Ancor più al termine di una domenica d’ottobre dal sapore estivo passata a lasciarsi cullare dall’instancabile corrente del mare salentino che da sempre ignora la quiete, mi frullano nella mente le tante riflessioni, che in più occasioni ho avuto modo di scambiare con tanti giovani colleghi che lavorano come me in Calabria, su quale cambiamento epocale abbia vissuto l’associazionismo e l’auto governo della magistratura italiana, in particolare nell’ultimo decennio.

Cambiamento che i drammatici fatti della scorsa primavera hanno manifestato in tutta la sua crudezza e intollerabilità anche per chi, come me e come tanti altri, aveva già chiaro che, sia nell’associazionismo che nell’autogoverno, ci stavamo avviando a un punto di non ritorno.

Come ha lucidamente messo in luce da un noto candidato in una mail precedente alle elezioni, il doppio colpo assestato dal legislatore dapprima con la legge elettorale del 2002 e poi con le riforme ordinamentali del 2006 ha, imprevedibilmente anche per i più pessimisti, mutato rapidamente l’atteggiamento dei magistrati nei confronti della funzione, con immediate ricadute, da un lato, sui rapporti di forza tra correnti e ANM, dall’altro, sull’attuazione del sistema di autogoverno e in definitiva sul peso del C.S.M. all’interno della magistratura.

L’intreccio perverso tra una legge elettorale con sistema maggioritario e una discrezionalità sempre più ampia - e attuata via via in forme sempre meno leggibili - nella scelta dei dirigenti e dei semidirettivi ha invero accresciuto a dismisura il peso delle correnti, favorendo rapporti personalistici tra consiglieri e singoli magistrati, accrescendo il ruolo della territorialità, mortificando l’elaborazione culturale, esaltando l’idea della “carriera”, da costruire, fin dai primissimi anni di servizio, anche mediante l’accaparramento delle c.d. medagliette, ossia esperienze varie di natura ordinamentale o comunque di supporto all’organizzazione giudiziaria.

Di pari passo il ruolo e il peso dell’ANM è andato sempre più svilendosi, riducendosi spesso a un contenitore privo di autonomia, schiacciato dalla contrapposizione sempre più dura tra le correnti, finalizzata esclusivamente ad accrescere i rispettivi consensi.

Molti colleghi che sono entrati in magistratura nell’ultimo decennio hanno così avuto immediatamente la percezione di una magistratura “oppressa” dalle correnti, viste essenzialmente come centri di gestione del potere, da utilizzare eventualmente solo come scudo di protezione personale.

In questo contesto AREA si è posto come soggetto aperto e inclusivo della magistratura progressista sulla base di una piattaforma valoriale, cercando di rifuggire da logiche meramente clientelari e pur soffrendo, dalla sua nascita, di una fragilità intrinseca, che perdura a causa di una mai sopita diffidenza di parte dei suoi aderenti al progetto stesso, fondata peraltro su profili che ben potrebbero trovare una reductio ad unitatem all’interno del gruppo stesso e orientarne, sempre dall’interno, le scelte.

E’ in questo scenario che i fatti di maggio sono esplosi, segnando drammaticamente uno dei punti più bassi del nostro sistema di autogoverno.

Ebbene, a fronte della plastica rappresentazione di un sistema di autogoverno in disfacimento, e nel silenzio imbarazzato delle correnti, l’ANM ha coraggiosamente ripreso il suo ruolo, proponendo una competizione elettorale realmente plurale, libera e trasparente, pur con una legge elettorale che  favorisce le alleanze meramente elettorali.

In sostanza l’ANM ha suggerito un’operazione non di facciata, cogliendo il cambiamento, cercando di lanciare un messaggio “alto”, di ampio respiro e tendendo una mano a una base delusa e arrabbiata.

La storia ci ha detto come finì la corsa, per dirla con Guccini.

Senza ipocrisie, il pluralismo è stato attuato solo da AREA e la dispersione dei voti tra i tanti candidati, più o meno indipendenti, vicini ad AREA, ha impedito l’elezione di uno di loro.

Ma, ciò detto, ritengo che rendersi conto della necessità fisiologica del cambiamento - e farlo al di là delle logiche di corto respiro legate agli esiti della contingente competizione – sia ben più importante della fredda analisi sui “vicini di casa”, sulle “candidature forti degli avversari”, sugli esiti delle competizioni elettorali democratiche in cui “vince chi prende più voti”, e ciò per due motivi essenziali: a) perché l’associazionismo e quindi l’ANM è un bene prezioso di tutti noi, che non può essere gettato alle ortiche come un giocattolo rotto che non serve più; b) perché la cosiddetta “base”, quasi sempre silenziosa, è fatta da tantissimi magistrati che all’ANM sono iscritti e, pur vivendo magari ancora da poco tempo l’associazionismo, sono teste pensanti che leggono il messaggio che è stato lanciato, un messaggio che scorre sul fiume di un cambiamento che noi tutti possiamo ancora governare e trasformare in un’opportunità di rinascita dalle ceneri.

Non vince solo chi prende più voti, vince chi è più credibile, vince chi riaccende la passione per l’associazionismo, chi restituisce significato al principio di condivisione di valori essenziali che non possono e non devono essere considerati come un vecchio ospite che si invita ancora per affetto ma senza che possa partecipare veramente alla conversazione.

E’ dalle idee condivise che deve ripartire la cultura dell’associazionismo, del quale altrimenti non resta che l’ombra.

Un’ombra che genera distorsioni, conflitti, contrapposizioni sterili che alimentano la deriva individualistica in atto e divenuta ormai una triste narrazione che non rende giustizia alla storia e alla funzione della magistratura.

Errore fatale sarebbe perciò quello di non cogliere lo Spirito del tempo, forse meno fatale quello di sottovalutare l’amara ironia di Nanni Moretti. Temo infatti che sia più pericoloso non assumerci, oggi, la responsabilità etica dell’edificazione della casa dei valori condivisi in cui riconoscerci come persone, prima che come giudici.

Lasciare inascoltata la voce che si eleva da più parti e che reclama una partecipazione attiva dalla base significa negare in radice l’identità stessa di un gruppo che come valore fondante – e non solo come etichetta – sceglie la democrazia.

E’ un non senso.

Considerare secondarie le istanze che arrivano dai colleghi più giovani che non si riconoscono in metodi e sistemi che hanno alimentato logiche correntizie e spartitorie, significa svuotare di significato anche la carta stessa dei valori di Area.

Quando la hybris sottovaluta l’indignazione che serpeggia tra i più, gli esiti del tracotante mancato ascolto degli altri sono sempre una disfatta.

Il pensiero necessariamente lungo della politica - come ricordava Enrico Berlinguer - si schiaccia sull’immediatezza, così come si schiaccia sulla ricerca sterile di consensi che sfocia nel populismo, così come si schiaccia sull’urgenza di ottenere tutto e subito.

Le parole schiudono significati, aprono mondi, rifondano luoghi, anche quelli dissolti nel disincanto raccontato dalla nostra storia più recente.

E le parole di cui oggi abbiamo bisogno non sono: “candidature forti”, “strategie da opporre a quelli che sono più furbi”, “vince chi prende più voti”.

Non abbiamo bisogno di un lessico propagandistico.

Le parole di cui abbiamo bisogno sono: “credibilità”, “condivisione”, “etica”.

L’ondata di presentizzazione che stiamo vivendo soffoca ogni pulsione di crescita e cambiamento, toglie ogni respiro alle scelte coraggiose e di ampio respiro.

Toglie spazio alla visione, che è un’altra delle parole di cui abbiamo bisogno.

Un gruppo umano che agisce ciecamente, senza alcuna elaborazione degli ideali e delle proposte generate dalle quotidiane e assai differenti vicende che animano oggi gli uffici giudiziari, può generare negli altri solo la sensazione frustrante e diffusa del tradimento. Con la conseguenza che anche l’eventuale vittoria è solo illusoria, è una vittoria di Pirro.

Mi vengono in mente le parole di Alessandro Barbano quando dice che “l’etica della responsabilità è introiettiva, avverte il peso della responsabilità, lo sente e lo sostiene. L’estetica della miserabilità è proiettiva. La proiezione è propria di chi rifiuta questa responsabilità e vede il male soltanto all’esterno, fuori di sé”.

La dirigenza di Area, nella scelta di aderire senza riserve e con trasparenza alle indicazioni della GEC, ha avuto il coraggio e la lungimiranza di preservare il ruolo dell’associazionismo nel suo complesso, anche a costo di una prevedibile sconfitta elettorale, e di dare una visione diversa a una base sfiduciata.   

Ci sono momenti in cui bisogna avere il coraggio di scegliere da che parte stare e quali valori perseguire, senza indugi e senza quell’atteggiamento omologante e autoassolutorio del “dobbiamo fare così altrimenti quelli ci distruggono”.

Ci sono momenti in cui non si può relativizzare e l’Ethos, quale valore assoluto, deve avere la meglio su tutto il resto.

Perché, come diceva Pericle agli ateniesi: “ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla”.

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