Ma questa non sarà la nostra Tangentopoli (lo sarà del correntismo amorale)

Ma questa non sarà la nostra Tangentopoli (lo sarà del correntismo amorale)  di Andrea Apollonio

  E' trascorsa una settimana da quando è stata data notizia di una indagine della procura di Perugia per corruzione a carico di un pm romano, noto per essere stato a lungo presidente dell'Anm prima, consigliere del Csm poi. La notizia non si è diluita nel pubblico dibattito, si è anzi rimpolpata, giorno dopo giorno, di nuovi fatti e di indagati, di nuove complicità; di piccole e grandi indignazioni collettive, fino a diventare quella che è oggi: una vera e propria "questione morale anche tra i magistrati" (come ha scritto l'ottimo Bianconi sul Corriere). Un caso che si è trasformato presto in sistema, che per sistematicità "mi ricorda la P2", ha detto un togato del Csm. Ebbene, visto che siamo entrati ormai nella fase - piuttosto avanzata - delle analogie storiche, dei corsi e ricorsi - per capire il presente va ripercorso il passato, si dice -, tentiamoci anche noi: perché forse è più immediato l'aggancio con Tangentopoli.

   E' noto ai più che quella rivoluzione in salsa giudiziaria partì da Mario Chiesa, un dirigente socialista di piccolo calibro, che il 17 febbraio 1992 fu pescato con le mani nella marmellata tangentizia. Un fatto da nulla, in sé considerato, tanto che Craxi liquidò la cosa in fretta, dichiarando che Chiesa era un "mariuolo" mentre tutti quelli del suo partito erano gente onesta. Amen. Da quel momento in poi l'intero mondo politico, miope, cominciò a smottare, gradualmente.

   A me, quindi, i fatti che oggi ci troviamo tristemente a commentare, proprio per la loro cifra generalista e per l'incontro/scontro con le pulsioni dell'opinione pubblica, ricordano sopratutto Tangentopoli, con l'unica differenza che in questo caso alla sbarra stanno i magistrati, l'intero corpo meglio dire. D'altronde, il messaggio mediatico che sta passando è questo: ieri "Mani pulite", oggi "Toghe sporche", com'è stata subito ribattezzata l'inchiesta.

   Ma poiché la Storia è scritta nei libri per non permettere che ci si avviti negli stessi errori, dovremmo tenere a mente le lezioni che, da quella storia (da notare l'utilizzo della minuscola), si trassero, anche a distanza di anni. Per fare in modo che questa non sia la nostra Tangentopoli.

   Prima lezione: è necessario continuare ad operare (e questo vale per noi magistrati) senza farci condizionare dalle temperie, dagli ululati di chi vorrebbe superare il fatto (prima ancora che un principio costituzionale, è un fatto), scomodo a tanti, che "la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"; dobbiamo continuare ad operare serenamente, nella consapevolezza che la Storia ha una capacità di discernimento - di separare il grano dal loglio - implacabile, sebbene non si possa misurare nel tempo presente. Dopo Tangentopoli, la Storia ha fatto il suo corso: oggi sappiamo  chi prendeva le tangenti a piene mani, quali soggetti politici non prescindevano da questa prassi, e chi invece non è sceso a compromessi, anche a costo di rimanere in una eterna minoranza parlamentare e amministrativa: da qui, non a caso, nasce il mito del monopolio dell'etica da parte di alcuni soggetti politici, un mito su cui dibattiamo ancora oggi. La Storia dirà chi tra noi è stata erba buona, e chi erba cattiva; chi si è venduto al clientelismo, chi ha agito facendosi i conti in tasca, e chi ha vestito sempre e solo la toga.

    Seconda lezione: è necessario non cadere nella - umanissima, per carità - tentazione (e questo vale per noi magistrati, che facciamo parte della classe dirigente di questo Paese; vale per noi che siamo la parte di opinione pubblica più attrezzata a comprendere le problematiche sociali) di generalizzare, di fare di tutta l'erba un fascio, al nostro interno, e tentare di cavarcela così, tutti assieme, con spirito corporativistico. Si prenda ancora Tangetopoli: ci provò Craxi nel famoso discorso in Parlamento del 3 luglio 1992 (neanche sei mesi dopo l'arresto di Mario Chiesa), e quello fu il suo più grande errore politico di sempre: tentò di spalmare la responsabilità su tutti, il famoso "bisogna essere franchi, i partiti ricorrono a risorse aggiuntive", sull'intero sistema politico insomma, credendo che fosse solido abbastanza: si sfarinò invece, e quello che venne dopo - la Seconda, poi la terza Repubblica, gli homines novi, gli uomini soli al comando, l'uomo solo al comando - non fu affatto migliore di ciò che c'era prima. Al bando i partiti, urlò l'opinione pubblica in quel momento, e i partiti tradizionali si squagliarono come neve al primo sole: i risultati non furono appaganti, per usare un eufemismo.

   E', quindi, sbagliato picconare - per di più dall'interno - un quadro istituzionale, quello del Csm, della sua elezione, della sua composizione, dei suoi meccanismi di funzionamento, delle sue "correnti" (l'ho detto), un quadro che risale i principi costituzionali dell'indipendenza e, al contempo, del necessario pluralismo interno alla magistratura. Abbiamo forse già dimenticato gli attacchi alle "correnti" (l'ho ridetto) di qualche mese fa, ed il nostro ribadire, forti anche della saggezza del capo dello Stato, che il confronto interno, la dialettica, l'incrocio dei temi e delle mozioni, è ciò che permette al magistrato di alzare la testa dai suoi fascicoli, di emanciparlo dall'abominio della giustizia burocratica; di determinarne la crescita culturale, intellettuale: di renderlo un magistrato migliore, al servizio della collettività?

   Perché poi, in tutto questo chiacchiericcio, abbiamo dimenticato la cosa più importante: noi siamo al servizio della collettività e - a differenza della classe politica, che antropologicamente punta a perpetuare se stessa costi quel che costi - soggetti soltanto alla legge, ed è per questo che riusciamo a fare pulizia al nostro interno senza guardarci in faccia; fa parte dei nostri doveri primari. Non è forse partita da noi stessi questa inchiesta?

   Ecco perché questa non sarà la nostra Tangentopoli; lo sarà piuttosto del correntismo inteso come patologia suppurante, del correntismo amorale, inteso come spartizione di poltrone e non come condivisione di idee, di contenuti: utili, più che alla magistratura, alla società che essa serve ogni giorno nei palazzi di giustizia.

   Però, anche qui, facciamo attenzione: sarebbe sbagliato puntare il dito, pensare che tutto questo riguardi quel gruppo, quella "corrente", sarebbe sbagliato lanciare accuse nel mezzo perché "quella corrente pensa solo a...", "quel gruppo è stato creato soltanto per...". Sarebbe un errore imperdonabile, perché in ciò sta la terza lezione da trarre dal passato, forse la più importante. Craxi all'inizio puntò il dito su un punto preciso, non avviò nessuna riflessione interna, semplicemente credeva che la cosa non lo interessasse; disse che l'unico "mariuolo" era Chiesa, tutti gli altri brava gente. Amen. Sappiamo com'è andata a finire: venne Tangentopoli, e quando se ne accorse fu troppo tardi. Ecco, facciamo in modo che questa non sia la nostra Tangentopoli.

 

User Rating: 5 / 5