ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2032-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Legittima difesa, illegittima convinzione

Legittima difesa, illegittima convinzione (Bowling a Columbine 2002). Di Andrea Apollonio

 In questa temperie storica e culturale, formulare una riflessione su leggi che implementano la legittima difesa senza cadere sulle più banali formule quali "farsi giustizia da sé", "la legge del più forte" - formule primitive che pure, di tanto in tanto, il legislatore si procura di vitalizzare - è quasi impossibile. Ma dato che oggi il Parlamento approva in via definitiva la legge che amplia il perimetro della liceità è doverso dire qualcosa - ancora qualcosa, a margine di un qualsiasi commento tecnico-giuridico quale quello, esauriente, di Giuseppe Amara (apparso su questa Rivista il 15 marzo).

 Ed appunto per evitare di incorrere impunemente in banalitàè bene servirsi della metafora cinematografica per raccontare un tema che solo a valle diventa un problema giuridico, perché a monte nasce come fenomeno sociale che involge paure collettive, ed il più antico - proprio primitivo - dei sentimenti: l'insicurezza. Gli strumenti per meglio comprendere ce li fornisce il documentarista Michael Moore, con il suo "Bowling a Columbine" (2002), che riguarda la strage di studenti e insegnanti perpetrata nella Columbine High School da due adolescenti armati fino ai denti: correva l'anno 1999. 

  Moore, telecamera in spalla, documenta anzitutto la claustrofobica normalità in cui è immersa Columbine, come la maggior parte delle contee statunitensi; ed è sempre incredibilmente normale, a Columbine come in tutti gli Stati Uniti, l' accesso semplificato all'acquisto di armi, senza un effettivo controllo. 

 Moore, continuamente ammiccando al suo pubblico, sfoglia allora i cataloghi di fucili e munizioni davanti alla faccia gentile e pulita di un'addetta alla vendita; acquista e spara maldestramente, dando subito a vedere di essere il solo a non saper maneggiare un'arma. Perché per gli intervistati - uomini e donne, giovani e anziani, middle e upper class: l'approccio al tema della difesa personale è ugualmente trasversale - "avere un'arma vuol dire essere persone più responsabili"; senza, infatti, si lascerebbero i propri beni e la propria famiglia alla mercé di chiunque. Non essere armati vuol dire lasciare le chiavi di casa attaccate alla porta, né più né meno. E' una convinzione ridicola, resa non a caso con un registro filmico parossistico e grottesco (il vero marchio di fabbrica dei documentari di Moore), che pure, osservata nel caleidoscopio costituzionale degli Stati Uniti, trova un suo fondamento storico, ed una sua (diremmo così) legittimità: tutti conosciamo il secondo emendamento, che dal 1791 afferma in Costituzione, indisturbato, "il diritto dei cittadini di detenere e portare armi".

 Coltivare una tale idea, in Italia, non avrebbe invece alcuna reale (giuridica, o meta-giuridica) giustificazione, giacché i nostri Padri Costituenti, appena conclusa una sanguinosa guerra civile, mai si sarebbero neppure sognati di inserire la parola "armi" nella Costituzione. E allora, cosa c'entra "Bowling a Columbine", cosa c'entrano gli Stati Uniti, con l'approvazione della "nuova" legittima difesa in Italia? Dopo tutto, da queste parti non cambiano i requisiti (neanche troppo stringenti) per l'acquisto di un'arma, né la legislazione (più severa, questa) che punisce l'illegale detenzione. 

 A dimostrare che le convinzioni d'oltreoceano sono a noi prossime più di quanto si immagini - e le idee delle persone scaturiscono anche dalle leggi, siccome di Antigoni in giro se ne vedono pochi - soccorre un video che spopola sul web: comuni cittadini partecipanti ad una convention politica sulla legittima difesa, che intervistati, dicono senza freni inibitori cosa farebbero se trovassero qualcuno in casa, entrato "senza essere invitato". L'ironia caustica di Moore, al confronto, si tramuta in una barzelletta da educande che non fa ridere nessuno. 

 Ma se proprio volessimo procedere in parallelo, ebbene: non c'è alcuna differenza tra l'immagine di una donna in bikini leopardato che, sorridente, spara a sagome nere poste a rappresentare minacciosi intrusi (nel docu-film di Moore) e quella del cartello esposto fuori le private abitazioni, che sembra andare di moda sopratutto nel nord-est: "Questa casa è protetta da Dio e da un'arma. Se vuoi incontrare entrambi basta entrare senza permesso" (è spesso pubblicato anche sulle pagine social, e non si esimono dal farlo politici e personaggi pubblici): le immagini si aggrinciano assieme perché entrambe trash, anche nel senso di essere ancorate ad una convinzione profondamente irrazionale.

 Le idee scaturiscono anche dalle leggi, come il caso degli Stati Uniti (campione e capo-fila della civiltà occidentale) insegna - e come il nostro legislatore dovrebbe sempre tenere presente. Per questo Moore, col suo registro canzonatorio, rischia di raccontare oramai anche la società italiana, sempre più piegata sotto il peso di indicibili, irragionevoli paure, e da oggi finalmente più "tutelata". La storia della Columbine High School raccontata da Moore è una metafora, certo, e per di più risalente a vent'anni fa: ma se questa metafora è irradiata da un film dalla verità oggettiva e incontrovertibile, che poteva essere illustrata solo in modo grottesco per quanto essa stessa appare grottesca, allora questo messaggio d'allarme non può che allargare il suo spettro con l'allargarsi del tempo.

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