di Marco Imperato

Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bologna


In questi mesi è tornato forte il dibattito sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante (i giudici) e requirente (i pubblici ministeri). L'Unione delle Camere Penali, in particolare, ha promosso una raccolta di firme con cui è stato presentato un disegno di legge di riforma costituzionale che verrà probabilmente discusso dal prossimo Parlamento nel 2018.
 
Conosco bene le ragioni di questa proposta e ho spesso ascoltato le convinte argomentazioni di tanti amici avvocati che davvero credono che questa sia una riforma giusta e necessaria. Il fondamento principale di questo cambiamento si troverebbe nell'articolo 111 della Costituzione, che sancendo il principio del giusto processo, ne individua una delle caratteristiche fondamentali nella terzietà del giudice. Il processo allora diventerebbe davvero uno strumento credibile di giustizia solo quando l'avvocato e il pubblico ministero saranno due parti sullo stesso piano, cosa che oggi non avviene perché il PM e il giudice sono colleghi che provengono dallo stesso concorso e condividono il percorso, così che la loro vicinanza metterebbe in posizione non paritaria l'avvocato.
Viene anche citato Giovanni Falcone, che in alcuni suoi discorsi avrebbe condiviso tale impostazione ritenendola inevitabile conseguenza del nuovo processo accusatorio, dove devono trionfare il contraddittorio e le garanzie.
Potrete trovare le legittime argomentazioni delle Camere Penali al sito http://www.camerepenali.it/ e vi raccomando anzi di leggerle con l'attenzione che meritano.
 
Proprio il costante confronto che ho la fortuna e il piacere di avere con molti rappresentanti dell'avvocatura mi ha spinto a interrogarmi se davvero tale cambiamento non rispondesse a una corretta evoluzione dell'ordinamento, considerando anche il fatto che le Camere Penali non hanno mai dichiarato di voler un Pubblico Ministero sotto il controllo del Governo, creando invece un ordine autonomo con un proprio Consiglio Superiore della Magistratura.
Mi sono lasciato stimolare dal dubbio e oggi posso dire di avere ancor più chiaro di prima perché la separazione delle carriere sarebbe un clamoroso sbaglio e ancor più grave sarebbe la complessiva approvazione della riforma proposta dalle Camere Penali.
Sono argomenti complessi e tecnici e non pretendo certo in questo articolo di esaurire le questioni, ma credo che sia importante ragionare e non fermarsi alle facili e superficiali vignette proposte dagli avvocati nei loro banchetti.
 
Ecco in sintesi perché sono profondamente convinto che quel progetto di riforma sarebbe un errore e un rischio per gli equilibri istituzionali e democratici del nostro Paese:
1.    anzitutto molti cittadini firmatari certamente non sanno che vi è già una forte separazione delle funzioni, che costringendo a cambiare distretto (in sostanza regione...) se si vuole passare da requirente a giudicante, fa sì che ormai siano meno di 20 colleghi all'anno a fare questo salto (su circa 2900 PM...)
2.    quei firmatari molto probabilmente non sanno nemmeno che in quella medesima riforma è previsto che i due Consigli Superiori della Magistratura che dovrebbero governare separatamente giudici e PM sarebbero composti per la metà di non magistrati... incrinando in modo estremamente pesante l'autonomia e l'indipendenza della magistratura dalla politica e quindi la separazione dei poteri dello Stato, requisito fondamentale perché si possa parlare di democrazia!
3.    altro elemento rimasto nell'ombra di questa riforma è che verrebbe eliminato dalla Costituzione il principio di obbligatorietà dell'azione penale, che impone a tutti i PM di perseguire ogni reato senza fare scelte o distinzioni di sorta (magari in base al potere economico e politico degli indagati o al gradimento popolare di quella particolare indagine, essendo i magistrati sottoposti soltanto alla legge); tale principio è corollario ineludibile del principio di uguaglianza dei cittadini e se è vero che è troppo spesso tradito per l'impossibilità effettiva di perseguire ogni reato, la reazione deve essere quella di risolvere il problema e non di buttare via il bambino con l'acqua sporca... e risolvere si può: depenalizzando, creando procedura più snelle per i reati meno gravi, semplificando le notifiche, investendo nelle risorse della giustizia (i dati europei ci mettono ai vertici per carico di lavoro ed efficienza)
4.    eliminare l'obbligatorietà dell'azione penale farebbe sì che la politica criminale sarebbe necessariamente sotto la direzione del potere esecutivo e\o legislativo, che direbbero ai magistrati quali reati perseguire e quali mettere da parte... magari chiedendoci di non spendere troppe energie verso le frode fiscali e le bancarotte e diventando inflessibili con reati commessi dai soggetti marginali e che tanto toccano la pancia di un elettorato che si vuole strumentalizzare e non far ragionare...
5.    con un Consiglio Superiore della Magistratura con una larga presenza della politica e senza l'obbligatorietà dell'azione penale il PM non sarebbe veramente indipendente e questo ha una ricaduta enorme sulla capacità di fare controllo della legalità anche verso la criminalità del potere (corruzione, mafia, criminalità economica...)
6.    il giudice indipendente è importantissimo, ma il motore della giurisdizione penale e del controllo di legalità è inevitabilmente il PM: se perdiamo la sua autonomia il giudice non potrà esercitare la terzietà nei confronti del potere... in sostanza diventeremmo leoni sotto al trono, strumento del potere esecutivo e legislativo ma incapaci di controllare chi detiene il potere e che invece deve rispettare la legge anche lui come tutti... anzi, secondo l'articolo 54 di più!
7.    una magistratura inquirente separata dai giudici e senza alcun controllo sarebbe un unicum al mondo e molti di noi pubblici ministeri siamo spaventati da questa prospettiva, che accentuerebbe il carattere appunto inquisitorio e da "avvocati dell'accusa", facendoci dimenticare la cultura della giurisdizione e per esempio anche l'articolo del codice che ci impone di indagare anche a favore dell'indagato...
8.    è vero che non sempre oggi i PM sanno dimostrare quella cultura della giurisdizione e quella sensibilità che la Costituzione richiede, tuttavia è curioso notare che ci vorrebbero separare, ma quando poi un avvocato vuole fare un complimento al PM spesso gli dice che ha ragionato e si è comportato come un giudice... certo! così dovrebbe sempre essere... le garanzie devono essere custodite e vigilate anche e soprattutto in quella fase delicata e minacciosa che sono le indagini! se non ci fosse un PM-magistrato in quella fase, rischieremmo di trovare giustizia spesso troppo tardi, dopo che nella fase delle indagini si sono fatti già gravi danni. La separazione non risolve questo problema bensì lo accentua
9.    se il problema è ritenere che che il giudice non è terzo perché troppo vicino al collega PM, tale argomento è smentito dai sistemi comparati, che dimostrano che a prescindere dalle carriere, PM e giudici tendono comunque ad avere una maggiore vicinanza professionale proprio perché la pubblica accusa non è un super poliziotto ma nei paesi liberali e di diritto svolge una funzione di garanzia, mentre all'avvocato è devoluta una funzione fondamentale ma diversa nella tutela dei diritti, con obblighi anche molto diversi... Se un PM trova una prova a favore dell'indagato e la nasconde commette un reato, mentre se un avvocato portasse delle prove contro il proprio assistito starebbe tradendo la sua funzione
La magistratura italiana deve riflettere sulle proposte e sulle richieste dell'avvocatura, che sicuramente sono anche il segnale non ingiustificato di una diminuzione di fiducia e anche di una certa insofferenza verso le molte disfunzioni della giustizia italiana, non di rado collegate anche a disorganizzazione da parte dei singoli magistrati.
Purtroppo constato troppo di frequente una insufficiente attenzione di troppi miei colleghi alla fondamentale funzione dell'avvocato, senza considerare abbastanza la delicatezza e la difficoltà della loro funzione, indispensabile perché si riesca a fare giustizia.
 
Questo problema culturale va affrontato anche e soprattutto creando maggiori momenti di confronto e ascolto e anche di verifica dei comportamenti, così che vi sia maggiore senso di responsabilità.
 
La separazione invocata non solo non risolverebbe questo aspetto, connaturato alle funzioni come altri sistemi all'estero dimostrano, portando invece solo problemi e rischi: per un verso l'indebolimento dell'indipendenza della magistratura e per altro verso la possibile creazione di un corpo della magistratura inquirente abnorme e mostruoso nel panorama istituzionale... Pubblici Ministeri senza alcun collegamento con i giudici, che governano come dominus le indagini e la Polizia giudiziaria, che scelgono i propri Procuratori e che finiranno così per accentuare il loro carattere inquisitorio...
 
Attenzione, il problema non è discutere dei vantaggi o degli svantaggi per avvocati o magistrati. Il problema è ragionare di quali sarebbero le ricadute per i cittadini, per chi chiede giustizia, per gli equilibri istituzionali e democratici del nostro Paese, già precari (vista la sostanziale scomparsa di distinzione tra potere esecutivo e legislativo e la scarsa indipendenza del quarto potere, l'informazione).
 
Vi chiedo di riflettere su tutto questo, chiedo agli amici avvocati di chiedersi che tipo di magistratura inquirente realizzerebbe quella riforma costituzionale...
 
Mettiamo da parte la guerra ideologica e di religione su questi argomenti e ragioniamo in concreto, magari ricordandoci che non parliamo di un posto qualsiasi, ma di un Paese in cui la minaccia dell'illegalità e della criminalità del potere sono particolarmente pressanti e decisive per le sorti di tutti i cittadini onesti.
No, davvero, non separiamoli...


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