di Gabriele ALLIERI

Perché coniuga l’amore per il diritto con la necessità di ancorare quotidianamente l’attività del giudice alla realtà che lo circonda.
È questa, in estrema sintesi, la ragione per cui lo scorso ottobre ho deciso di iniziare la mia vita di magistrato scegliendo la funzione di giudice del lavoro.
Capii che il diritto del lavoro suscitava in me un particolare interesse fin dall’università. Studiando la materia, avevo per la prima volta la chiara sensazione di riuscire a cogliere un nesso tangibile tra le disposizioni normative e la nostra società. La questione relativa alla (mancata) attuazione dell’art. 39 della Costituzione, i tentativi di superare la correlata impossibilità di assegnare efficacia erga omnes ai contratti collettivi - tanto per fare degli esempi - non erano infatti soltanto delle splendide questioni giuridiche che appagavano la mia passione per il diritto; erano anche un punto di vista privilegiato per apprezzare un momento storico del nostro Paese e osservarne l’evoluzione fino ai giorni nostri. Fu la prima volta che lo studio universitario riusciva ad esondare dai confini dei libri, stimolando in me la capacità di cogliere il legame tra il diritto e la realtà.
Questa sensazione trovò una conferma quando, all’epoca della pratica forense e successivamente, nei pochi mesi in cui ho esercitato la professione di avvocato, ebbi modo di assistere ad alcune udienze di lavoro presso il tribunale della mia città, Genova. Rimasi affascinato dal dinamismo dell’udienza, dal fatto che questa, lungi dal risolversi in un mero passaggio di carte, fosse realmente un’occasione di incontro funzionale ad approfondire e ad accertare i fatti. La presenza personale delle parti e il loro interrogatorio libero consentiva infatti al giudice di “conoscere” i protagonisti della vicenda, gli permetteva di chiedere loro chiarimenti e, in definitiva, di penetrare nella loro storia. L’attività svolta dal giudice e il dialogo che si instaurava tra questi, gli avvocati e le parti mi colpì ed appassionò al punto che il sogno di diventare magistrato finì per ospitare in sé l’ulteriore sogno di diventare giudice del lavoro.
Superato il concorso, queste sensazioni furono confermate dall’esperienza vissuta presso la sezione lavoro, dove, a partire dal mese di gennaio 2017, ho svolto alcuni mesi di tirocinio “volontario” prima di iniziare il tirocinio vero e proprio ad aprile.
Quest’esperienza mi ha quindi condotto alla scelta dello scorso ottobre.
Oggi, consapevole del compito che mi aspetta dal prossimo maggio al termine del tirocinio, la gioia di aver realizzato il mio sogno si abbina a quella di poter contribuire a realizzare la giustizia nel particolare campo di cui mi occuperò.
Le sfide che questa funzione propone riguardano sia questioni di carattere tecnico che profili attinenti alle relazioni umane.
Quanto alle prime, ritengo estremamente stimolante l’idea di cimentarmi, in qualità di interprete, in una materia in costante evoluzione; in questo momento storico, dal punto di vista socio-economico, pare farsi strada un’idea di lavoro in parte diversa da quella che condusse all’introduzione delle forme di tutela previste dalla legge 604 del 1966 e, soprattutto, dallo Statuto dei lavoratori del 1970. Negli anni a venire, sarà affascinante ed avvincente prendere parte all’elaborazione del diritto vivente e, per questa via, di un nuovo e rinnovato “ordinamento del lavoro” che, nel rispetto del dettato normativo, sappia far tesoro delle precedenti esperienze giuridiche e culturali.
Inoltre, la sfida proposta dalla disciplina sostanziale con cui sarò quotidianamente chiamato a confrontarmi si salderà indissolubilmente con le implicazioni umane derivanti dall’esercizio dell’attività giurisdizionale.
Ogni processo, qualunque sia la materia trattata, riguarda una vicenda umana, una storia personale. Nel nostro contesto, questa circostanza si propone con particolari sfaccettature. Le questioni portate all’attenzione del giudice si riferiscono infatti ad un particolare rapporto - il rapporto di lavoro - il quale, peculiarmente rispetto alle ordinarie dinamiche negoziali, vede esaltata la dimensione umana della relazione intercorsa tra le parti in ragione del fatto che, generalmente, ci si trova di fronte ad un rapporto fatto di condivisione, di sforzi reciproci, di aspettative. In sostanza, nella misura in cui il lavoro tende ad occupare in modo decisivo il tempo della giornata di ciascuno, analizzare i problemi e le rivendicazioni delle parti significa ascoltare il racconto di una parte della loro vita e, di seguito, individuare una soluzione che possa essere tanto appagante quanto effettiva.
Che si tratti di accompagnare le parti ad un esito transattivo o che si tratti di adottare una decisione al termine del giudizio, il compito del giudice del lavoro è comunque straordinariamente appassionante. Grazie agli strumenti di cui il codice lo munisce, egli è in grado di calarsi a fondo nel caso concreto,  cercando con le parti e i loro difensori una soluzione conciliativa che ripristini con reciproca soddisfazione l’ordine nella relazione controversa, oppure pronunciando una decisione destinata ad incidere realmente nella sfera delle persone.
Si tratta di un compito assai delicato, che rappresenta al tempo stesso un’incredibile opportunità. L’opportunità di conoscere, dalla voce dei protagonisti, la società in cui vivo, la società che esiste al di fuori delle aule del tribunale, la società su cui le nostre decisioni producono i loro effetti.
È l’opportunità di dare risposte e rendere giustizia in un ambito caratterizzante ciascun membro della società.
È, in definitiva, l’opportunità di coniugare l’amore per il diritto con la necessità di ancorare quotidianamente l’attività del giudice alla realtà che lo circonda.


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