di Donatella SALARI

La Ragazza nella nebbia - FILM

Un bel film ed una visione molto istruttiva sugli attuali rapporti tra media ed indagini penali.

Tratto dal noto ed omonimo romanzo di Donato Carrisi, che qui firma anche la regia, il film ci proietta nel grande mercato della compravendita della paura e dell’orrore, dove il crimine diviene il motore di un immenso business, persino turistico, di uno sperduto e un po’ tetro paesino di montagna chiamato Avechot.

Da lì, infatti, è scomparsa, in un nebbioso pomeriggio invernale, una ragazza dai capelli rossi, Anna Lou.

Il paesino viene preso d’assalto da giornalisti e fotografi senza scrupoli che incalzano senza remore le indagini condotte da un detective privato, Vogel (Toni Servillo).

Si è detto e scritto tante volte che il grande rischio della sovraesposizione mediatica delle indagini su di un crimine è quello, non solo della compromissione della genuinità delle fonti, ma anche quello del “far credere”, ossia di alterare la percezione di ciò che è accaduto anche da parte dei testimoni più genuini.

In questo film siamo all’ultimo stadio del pericolo che è già divenuto danno conclamato perché tutto ciò che è già accaduto è inghiottito dall’economia dell’orrore, dei sospetti e dei protagonismi facili: dalla studentessa che accusa il sospettato omettendo particolari significativi, al padre della vittima che è costretto a confessare inclinazioni innocue, ma non precisamente paterne, per una ragazzina.

Per noi operatori del diritto il film rappresenta la più simbolica delle sconfitte perché qui non è presente alcun giudice o Pm ..semplicemente, essi in questa storia, non esistono.

Il detective Vogel, austero ed autoritario al punto giusto, interroga e agisce a suo piacimento, se si trova un corpo di reato viene consegnato a lui e lui dirige le indagini, cerca, da solo, le prove, entra ed esce dalla casa dei vari sospettati, ai quali sembra non sia concesso neanche il lusso di un provvedimento di perquisizione o di una flebile difesa.

Insomma, la regola è cancellata ..probabilmente ai fini del racconto rappresentava un impaccio inutile, se ne prenda atto, senza acredine o rimpianto.

Si dirà che è tutta fiction ed, infatti, la tensione giusta non manca come il ritmo sontuoso di tutte le scene che tiene concentrato lo spettatore fino alla fine senza concessioni a particolari compiaciuti, ma questa cancellazione di una presenza, anche solo felpata, di una regola per quanto annichilita dal dispotismo mediatico deve far riflettere.

Intanto, il circo mediatico si anima, parossistico, tracima nei filmati acquisiti motu proprio da Vogel in danno di un ammiratore alquanto problematico della ragazzina scomparsa e proprio lì compare, nelle immagini rubate al quotidiano di Anna Lou, un furgone bianco (come quello di un’altra ben nota vicenda di cronaca).

Il proprietario del veicolo è un mite professore di scuola (Alessio Boni) forse è il colpevole o forse no.., comunque nessuno lo interroga o chiede spiegazioni, se non il medium nei panni della spregiudicata giornalista che compra e vende visibilità e statuti d’innocenza e lo stesso Vogel che lo sfida intellettualmente, ma non gli fa nessuna domanda precisa, ma solo lo provoca insinuando dubbi

Dalla melma mediatica spunta anche un avvocato che offre i suoi servigi insieme ad un telefonino dedicato alle conversazioni del futuro cliente. Anche qui il magistrato potrebbe esserci, ma tutto è dominato dal ghigno dell’Avvocato Levi (Antonio Gerardi) che ben esprime al sospettato tutte le istruzioni per l’uso: colpevole o innocente è, in fondo, uguale, perché quello che conta è l’iperbole mediatica che crea e distrugge visibilità e muove occasioni di lavoro ed affari. Da prendere c’è sempre: se il sospettato è innocente lo si attira con il miraggio di un risarcimento, in alternativa, se verrà condannato potrà sempre contare su di una visibilità monetizzabile.

Intanto, Vogel da arbitro del dispotismo mediatico diventa, suo malgrado, insano bricoleur di un puzzle violento che non torna, mentre spuntano le vestigia del glorioso giornalismo d’inchiesta nel corpo imprigionato dalla malattia di un’irriconoscibile Greta Scacchi, anziana reporter, che sa qualcosa e ricorda, mentre il voyeurismo di massa imperversa e Avechot riscopre la sua nuova vocazione turistica di meta celebre di pellegrinaggi dell’orrore.

Accade, invece, che anche il furore indagatorio di Vogel si debba piegare al miracolo mediatico che crea e distrugge reputazioni ed eventi se abilmente smosso da una giornalista senza scrupoli (Galatea Ranzi) esattamente come noi ci pieghiamo all’insana metamorfosi delle indagini penali e del processo.

Mentre il medium si scatena, della vittima, come sempre, si parla poco e quel poco che si sa vive solo nel dolore della madre, per un momento appagata dal ritrovamento del diario della figlia scomparsa il quale si rivelerà, invece, non autentico perché quello vero è nelle mani di qualcun altro, sempre fuori dal processo, ossia nel mortifero altrove mediatico, affollato dagli inserzionisti pubblicitari, dai vari talk show delle incompetenze, ossia dai veri padroni delle indagini penali dove persino, Vogel autoritario ed astuto padrone della scena del crimine, sarà giocato proprio da quel mondo che credeva di dominare.

Di rispetto delle regole processuali neanche a parlarne, semplicemente non esistono, cui prodest ? Tanto la massa sonnambolica che abbocca ad ogni tranello del medium non deve conoscerle, perché, diversamente, gli agognati affari turistico, pubblicitari e professionali non si farebbero.

Forse ha ragione Carrisi nel mostrare la scena mediatica del crimine per quella che è, rovesciando la regola di Buddha: tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità.

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